di Roberto Marabini - Pubblicato il 23/07/2026
Abbiamo chiesto all'intelligenza artificiale di rappresentare il fallimento delle applicazioni di fact-cheking. - Immagine realizzata da Chatgpt-Immagini (generatore immagini gratuito di Openai)
Le applicazioni di fact-checking sono strumenti digitali progettati per verificare la veridicità di notizie, dichiarazioni e immagini. Vorrebbero combattere la disinformazione. Sfruttano spesso l'intelligenza artificiale e la ricerca incrociata di fonti per etichettare contenuti falsi, fuorvianti o privati del contesto originario.
Riuscire a distinguere una notizia vera da una notizia falsa dovrebbe essere un problema universale. Eppure, le applicazioni di fact-checking non riescono ad avere successo. In concreto, sembra che a nessuno interessi sapere e capire se una notizia è vera o falsa.
Qualche idea sui motivi di questo fallimento ce la siamo fatta nel tempo. Tant'é che la nostra applicazione Exie.ai NON è una applicazione di fact-checking: i nostri algoritmi non cercano di capire se una notizia è vera o falsa. Exie.ai e tutte le sue versioni (comprese Exie Lab e Exie HR) affrontano il problema della disinformazione dal lato opposto: l'algoritmo di Exie si domanda se una notizia fornisce informazioni comprensibili e concrete, oppure se si tratta di una delle forme degenerate di comunicazione che potremmo definire di “fumo senza arrosto”.
La redazione di Exie è cartesiana nel dna. Ogni giorno cerchiamo conferma e soprattutto smentita ai presupposti di sviluppo del nostro progetto. Per questo motivo, questa mattina abbiamo posto a Gemini, l’intelligenza artificiale di Google, esattamente questa domanda:
“Perché tutte le applicazioni di fact-checking sono un fallimento?”
Ecco il letterale copia-incolla della risposta:
“Il fallimento diffuso delle applicazioni e delle piattaforme di fake checking non è quasi mai un problema di codice o di tecnologia, ma di psicologia umana e di modelli di business.
La tecnologia per incrociare i dati, verificare le fonti e scovare i fotomontaggi esiste ed è straordinariamente efficiente. Ciò che crolla è il fattore umano.
I motivi strutturali per cui queste applicazioni non funzionano come ci si aspettava si dividono in tre grandi macro-aree:
1. La psicologia cognitiva e l'Effetto Backfire
Il presupposto di chi crea un'app di fact-checking è illuminista: "Se ti mostro che una notizia è falsa con dati oggettivi, tu cambierai idea". La mente umana, però, non funziona così.
• Bias di conferma: Le persone cercano e credono solo alle informazioni che confermano ciò che pensano già. Una smentita che va contro il proprio credo politico, religioso o sociale viene percepita come un attacco personale.
• L'effetto ritorno di fiamma (Backfire Effect): Studi cognitivi dimostrano che mostrare a qualcuno una prova schiacciante che smentisce la sua convinzione radicata spesso ha l'effetto opposto: il soggetto si arrocca ancora di più sulle sue posizioni, convincendosi che l'app di fact-checking sia "di parte", corrotta o manipolata dai poteri forti.
• La pigrizia cognitiva: Verificare una notizia richiede uno sforzo mentale (il cosiddetto Sistema 2 di Daniel Kahneman). Condividere un post indignato richiede un secondo (Sistema 1). L'emozione batte la logica per mancanza di tempo e di attenzione.
2. Il paradosso del pubblico: chi la usa e chi no
Le applicazioni di fact-checking soffrono di un drammatico problema di target:
• I convinti non le scaricano: Chi è incline a credere alle teorie del complotto o alle bufale più estreme non userà mai uno strumento di verifica, perché considera i fact-checker stessi come i "fabbricanti delle bugie di regime".
• I razionali non ne hanno bisogno: Chi installa queste app è generalmente una persona già dotata di senso critico, che sa già come verificare una fonte o che, semplicemente, applica il dubbio metodico. Di fatto, queste applicazioni parlano quasi sempre a chi è già convinto.
3. L'asimmetria strutturale del web (e l'algoritmo)
C'è un problema di design e di economia della rete che rema contro la verità.
La Legge di Brandolini (o principio dell'asimmetria delle stronzate): "L'ammontare di energia necessaria a confutare una stronzata è di un ordine di grandezza superiore a quella necessaria a produrla."
Creare una fake news richiede tre secondi e zero verifiche. Smontarla richiede ore di lavoro, analisi delle fonti, scrittura e formattazione. Nel tempo in cui un'applicazione pubblica un fact-checking accurato, sono già nate altre cento notizie false.
Inoltre, il modello economico delle piattaforme social si basa sull'engagement (il coinvolgimento). Le notizie che generano rabbia, paura o indignazione (le caratteristiche tipiche delle fake news) circolano molto più velocemente dei freddi dati oggettivi. La verità è spesso noiosa; la bufala è pop, vende bene e cattura l'attenzione.
C'è una via d'uscita?
Il fallimento delle app dimostra che il fact-checking "a valle" (cioè cercare di correggere la bugia dopo che si è diffusa) è una battaglia persa in partenza.
La tendenza attuale si sta spostando verso il pre-bunking (o "inoculazione"): invece di smentire la singola notizia, si istruiscono gli utenti a riconoscere le tecniche di manipolazione (l'uso di titoli clickbait, la manipolazione emotiva, la mancanza di fonti correlate) prima ancora che entrino in contatto con la fake news.
Finché la verifica viene delegata a un'app esterna e vissuta come un "arbitro della verità", la resistenza culturale ed emotiva degli utenti renderà quegli strumenti del tutto marginali.”
Qui Gemini ha chiuso la questione. Attenzione: si è guardata bene dal chiederci se volessimo approfondire l'argomento. Nemmeno una domanda. Del resto, quando ci si avvicina ai tabù che sorreggono il modello di business delle grandi piattaforme, c'è già da considerarsi fortunati se il dialogo non viene interrotto con qualche pretesto.
Anche noi, nel nostro piccolo, finiamo spesso per arrenderci a questi limiti. Possiamo però invitare il lettore a rileggere con attenzione le argomentazioni di Gemini sul fact-checking. Sono considerazioni spesso ragionevoli, ma immerse in un linguaggio tecnico, ambiguo e, in molti passaggi, incomprensibile. In altre parole: molte parole, pochissima informazione.
Secondo il racconto della Genesi, gli uomini tentarono di costruire una torre per raggiungere il cielo. Dio punì la loro superbia confondendo le lingue: da quel momento gli uomini continuarono a parlare, ma smisero di capirsi. La Torre di Babele non racconta la fine del linguaggio. Racconta la fine della comunicazione.
Stiamo forse vivendo una nuova Babele?
Ascoltando Gemini sembrerebbe di sì. Ma la fisica dell'informazione racconta una storia diversa. Il problema non è che comunichiamo troppo poco. Il problema è che produciamo quantità crescenti di testi che sembrano informare mentre invece non informano per nulla.
Ed è proprio qui che il fact-checking mostra il suo limite strutturale. Continua a rivolgersi alle persone, come se fosse sufficiente convincere i cittadini a distinguere il vero dal falso. Ma questo problema, come abbiamo visto, alle persone interessa relativamente. Spesso non interessa affatto.
Per questo Exie.ai percorre una strada completamente diversa. A noi interessa relativamente stabilire se un'affermazione sia vera o falsa. Prima ancora esiste una domanda molto più semplice e molto più importante: ciò che stiamo leggendo contiene informazioni chiare, comprensibili, verificabili e verificabili da chiunque? Nella maggior parte dei casi, purtroppo, la risposta è no.
Le intelligenze artificiali di oggi, esattamente come gran parte dell'informazione contemporanea, producono sempre più spesso risposte verosimili anziché verificabili. Quando non dispongono di informazioni dimostrate, completano i vuoti con la soluzione statisticamente più probabile.
Fra un anno, le intelligenze artificiali non potranno più permettersi di produrre risposte verosimili. Dovranno scegliere: o saranno in grado (e lo saranno) di produrre risposte verificate e verificabili o chiuderanno baracca e burattini. A chi pretende di comunicare, succederà altrettanto: o saprà produrre informazioni reali, comprensibili, trasparenti e utilizzabili o finirà nel limbo fallimentare di una Ferragni qualunque.